Ebbene, vi ho parlato di posti bellissimi nel mondo ma oggi, vi parlo di casa mia, i Campi Flegrei e di cosa si prova a vivere qui in questo momento storico.
Lo faccio un po’ per testimoniare e un po’ per esorcizzare la paura, del resto mi hanno sempre detto che “scrivere aiuta” , spero valga anche in questo caso, in questa sera, la solita sera in cui sento mille rumori e tutti e mille mi fanno balzare il cuore dal petto e mi mozzano il respiro.
Cominciamo col dire che è solo da un paio di anni che quando la gente mi chiede da quale parte di Napoli vengo, uso il termine Campi Flegrei invece del solito punto di riferimento ” un quartirere non distante dalla Stadio” (per la cronaca…io abito nel quartiere di Pianura).
Ed è solo da un paio di anni che mi guardo davvero intorno e scopro il paesaggio che mi circonda: è davvero unico.
Guardarsi intorno e scoprire i Campi Flegrei
Non mi ero mai resa conto della conformazione dei Campi Flegrei, dei luoghi che vivo ogni giorno, ma ora sono davvero cosciente della conca, dei “bordi” della caldera, della sua vegetazione, dei suoi colori e del suo odore, quello forte di zolfo a cui mi ero cosi abituata da esserne assuefatta.
Ora sono davvero cosciente di vivere in un vulcano.
Partiamo dal presupposto che io ho il terrore dei terremoti e il paradosso è essere nata proprio in questa terra così viva.
A me onestamente non mi importa della politica, di quello che è successo e di tutte le chiacchiere da TV, io come tante persone ho solo paura.
E questa paura la voglio mettere qui, nero su bianco, affinchè anche voi, al di là di quello che leggete su Facebook o nei commenti di TikTok, possiate capire a fondo.
In quei giorni…
Abito al piano terra di un palazzo elegante di 6 piani, le scosse da me si sentono” di meno”.
Di qui, ci sono due teorie: c’è chi dice che sono la prima a scappare e chi ineve pensa mi potrebbe crollare tutto il palazzo addosso. Insomma, già queste due scuole di pensiero mi confondono (il concetto del resto è facilmente applicabile a qualsivoglia piano).
Il 4.4 di Maggio, provavo a fare pilates a casa, come ogni giorno. Non mi dilungherò molto su quello che ho provato, non voglio nemmeno riviverlo ma posso dirvi che la notte non ho chiuso occhio. Sono stata sul divano della cucina fino all’alba a guardare “in cucina con Benedetta” con la paura fottuta di addormentarmi.
La notte tra Domenica 16 e Lunedì 17 gennaio invece, sono stata in preda ad una crisi che mi ha letteralmente trascinato in un shock profondo, con tanto di colorito bianco e con due enormi segni viola sotto agli occhi sbarrati.
ho dormito 45 minuti in auto, trascorrendo poi l’intera notte con il telefono in mano a controllare che i mei ( che non erano voliti uscire di casa… ve lo spiegherò dopo) stessero bene.
Pensieri su pensieri, il cuore che batte forte, la sensazione di sentirsi persi, il rumore delle stoviglie e dei mobili in legno che tremano come un martello pneumatico nella testa, le mani gelate, la sete, le sigarette che sembrano durare troppo poco.
Guardarsi intorno e non fidarsi della quiete.
Quando splende un sole tiepido il giorno dopo una di quelle scosse pesanti, il cielo è limpido e per strada vedi le saracinesche dei negozi aprirsi come ogni giorno, le persone al bar e i bambini con i grembiuli e gli zainetti…ti sembra quasi che non sia successo niente, che tutto quello che è successo il giorno (o la notte prima) sia stato solo un incubo o la trama di un film di quelli catastrofici che ti ha lasciato così scioccato da pensarci anche tutta la giornata successiva.
Sembra quasi di essersi svegliati da un incubo e ogni volta la speranza è sempre quella che sia tutto finito.
In “quei giorni”, la cosa peggiore è tornare a casa… almeno per me.
Cerco di starci il più lontano possibile, non so perché ma posso dire che la sensazione peggiore è quella di non sentirsi sicuri in casa propria.
Hai presente Il momento che più aspetti? Quello in cui torni, metti il pigiama, ceni e guardi la tv? Diventa insopportabile! La speranza per me è quella di avere così sonno da crollare profondamente in modo da non sentire niente; il vote notturno e la melatonina aiutano se sommate alle ore che cerco di passare al computer durante il giorno per stancarmi gli occhi e comunque portare avanti la mia attività.
Sono diventata anche io un vulcanologo ma senza opinioni e teorie, anche se ogni tanto cado del complottismo: leggo il bollettino settimanale dell’ INGV, ho imparato termini tecnici e sono quasi sicura di aver capito come funziona un sismografo e la classificazione dei terremoti su scala RIchter.
Convivere (o forse no) con il bradisismo dei Campi Flegrei
Cosa mi fa innervosire veramente ( tra le altre cose)?
I miei genitori, che come molti loro coetanei, non escono mai da casa dopo una scossa forte con una frase che mi innervosisce troppo: “ e ma noi abbiamo vissuto il terremoto dell’80” che sembra abbia cancellato il loro ricordo del bradisismo degli stessi anni.
Che poi tento sempre spiegare loro che quel terremoto dell’80 non avvenne con epicentro a Napoli e che stiamo vivendo una cosa diversa.
In realtà forse, cerco solo di razionalizzare, vorrei sapere cosa fare, come non avere paura.
Poi ci sono quelli che “e ma noi ci dobbiamo convivere!” ma convivere con chi? con cosa?
Questo voler far passare per una cosa normale, una cosa che non lo è affatto mi manda in tilt.
E per cortesia divina astenetevi dal pensieri del tipo ” Bella mia, ma tu lo sapevi di avere una casa su un vulcano attivo!” perchè non ho scelto io dove nascere e vivere, fino a qualche anno fa si stava tranquilli e queste case abusive del piffero sono state condonate da uno Stato più incosciente e venale di quelli che le hanno costruite.
Andare via? Potrei si, il lavoro che faccio me lo permette ma, come potrei lasciare la mia famiglia a “convivere” con tutto ciò? Come potrei lasciare solo Francesco che ha investito in un’attività proprio qui ai Campi Flegrei e ha fatto tanti sacrifici? E poi… la casa che sto ancora cercando di ristrutturare, quest’anno mi sposo e poi un mese fa ho subito un intervento per il quale vengo seguita dai medici e sono costantemente sotto controllo.
Delle volte penso al lato fortunato della mia storia…
Non ho ancora bambini, ma conosco tante famiglie. MI chiedo dove trovano la forza le mamme, ogni sera, di mettere i bambini a letto e sorridere. Come fanno i papà a tranquillizzare i loro piccoli se nemmeno loro sono tranquilli.
Penso alle donne incinte o quelle che hanno appena partorito che non possono scappare via quando vogliono a gambe levate.
Non so io dove troverei la forza. Dove potrei nascondermi quando mi viene un attacco di panico? Cosa farei? onestamente non lo so… E mi sento quasi fortunata.
Aspettando di tornare ad una vita normale
Ripenso spesso ad un video che pubblicai anni fa su Tiktotk dove mostravo le fumarole nella zona delle concessionarie di Agnano. Fino a quel giorno, ero affascinata da questo fenomeno, trovavo i Campi Flegrei qualcosa di unico al mondo, oggi mi sento così stupida, faccio fatica anche ad andarci ad Agnano.
Eppure oggi con la consapevolezza di cui scrivevo all’inizio, trovo ancora più unica questa terra di une bellezza “devastante” è proprio il caso dirlo.
Ma allo stesso tempo, guardo le foto dei paesaggi nel rullino del mio Iphone, penso all’escursione notturna di anni fa quando la Solfatara era ancora aperta, a Baia Sommersa che per la sua bellezza mi aveva fatto emozionare, penso all’odore di zolfo che non mi preoccupava affatto, pensavo solo “Mamma mia che puzza!” e mi manca, mi manca quel pizzico di incoscienza di vivere sul respiro del vulcano.
E poi, sono sincera: non mi sento sicura. Trovo le autorità impreparate, gli studiosi in guerra di pareri che ci trattano solo come un caso studio, i media nazionali come giornali di Gossip, i social come beceri opinionisti di Reality Show.
Vorrei risposte che nessuno ha e a volte credo che la mia vera paura non è quella della natura, che comunque fa solo quello che deve fare, la mia vera paura è l’uomo.
P.s.
Scusami se c’è qualche errore o qualche periodo lunghissimo ma questa volta ho pensato poco ai lettori e questa pagina bianca è stata per un’oretta il mio diario personale. Grazie per la comprensione e grazie per avermi “ascoltata”.
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